Breve storia di come un’oca divenne una famosa scrittrice

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Immagine di Anna Forlati

Clotilde era un’oca e aveva, come animale domestico, un uomo panciuto, dallo sguardo triste e i piedi piccoli, di nome Leandro. L’aveva comperato in un negozio di uomini: se ne stava in una gabbia, assieme a un ometto piccolo piccolo con i baffi e a un ragazzo spettinato con le lentiggini. Ma Leandro, con il suo sguardo melanconico, aveva colpito Clotilde, che si era intenerita e l’aveva portato a casa.

Quando si decide di tenere in casa un uomo, bisogna procurarsi qualche vestito e un vasetto da notte. Anche perchè l’oca, di portare Leandro fuori la sera a fare pipì, non ne voleva proprio sapere. Così, in un sol giorno, Clotilde aveva rivoluzionato la sua casa: aveva preso l’occorrente al mercato, aveva lasciato un angolo solo per lui e aveva persino ammassato le piume delle mute precedenti a mo’ di letto. Da quell’azzardato acquisto, era nata una tenera amicizia. Si diceva, all’epoca, che l’uomo potesse essere il migliore amico delle oche e Leandro, con i suoi modi dolci e le parole garbate, era riuscito davvero a far breccia nel suo cuore.

Clotilde aveva un uomo e aveva un sogno: conquistare il mondo. La mamma e la zia avevano cercato di dissuaderla, ma ci erano riuscite solo in parte. L’oca si era messa in testa di occupare almeno la Svizzera. D’altronde, viveva in una casetta sulle sponde del Lago di Lugano e quello sarebbe stato di sicuro un obiettivo ragionevole.

Dall’arrivo di Leandro, Clotilde non aveva fatto altro che parlargli di questo. Leandro, ormai, faceva orecchie da mercante. Al massimo, diceva sì con la testa e spolverava, per compiacerla, l’enorme cartina della Svizzera che stava appesa in soggiorno. La passava col piumino e poi, con una penna e del succo di pomodoro, restaurava le parti più malconce: ridipingeva i confini e, appena l’oca si distraeva, faceva dei minuscoli fiorellini, per dispetto.

Come si sa, però, la pazienza degli uomini è grande, ma non infinita. Alla centoventunesima volta che Clotilde parlò di come avrebbe conquistato la Svizzera, Leandro diede di matto. Prese il suo sacchetto di succo di pomodoro e se lo rovesciò in testa. Impugnò le piume che stava usando per dipingere e iniziò a ballare in cerchio, lanciandole. L’oca si spaventò moltissimo. Il tutto durò cinque minuti, poi Leandro tornò l’uomo panciuto, dallo sguardo triste e i piedi piccoli di sempre.

I due passarono due giorni senza rivolgersi la parola. Clotilde fissava la cartina topografica e usciva a malapena per farsi un bagnetto, Leandro faceva castelli di piume e poi, con un sospiro, li faceva cadere.

Il nostro Leandro, però, era un uomo di compagnia. Sospira che ti sospira, si fece venire un’idea. Si avvicinò a Clotilde e disse: “Senti, un giorno conquisterai la Svizzera. Intanto, perchè non mi racconti cosa ne farai dopo?” L’oca spalancò gli occhi. “Dopo? Ne farò un parco giochi per papere, oche e galline. Con una casa della paura piena di volpi finte e gatti zombie. Oppure, …” Clotilde immaginò progetti straordinari, con tanto di corsi di canottaggio per piccoli mammiferi, villaggi vacanze gestiti da asini e pinacoteche, prive di quadri, ma piene di piume di tutti gli uccelli del mondo, che, certo, non avrebbero dovuto chiamarsi pinacoteche, ma poco importa.

Da quel giorno, l’oca iniziò ad ambientarci perfino delle storie. Piacquero a tal punto a Leandro, che iniziò a trascriverle sul retro della cartina della Svizzera. Finito lo spazio, si procurarono una decina di quaderni; finiti i quaderni, l’uomo propose all’oca di farli leggere a un editore. Fu così che Clotilde dimenticò i sogni di conquista e intraprese la carriera d’autrice. Ebbe molto successo. Si trasferì a Quinto, un bellissimo paese della Valle Levantina, e prese una baita con Leandro. La riempirono di cartine topografiche di tutto il mondo e centinaia quaderni colorati.

Che a “mettere nero su bianco” le storie dell’oca fosse Leandro, non lo seppe mai nessuno, ma all’uomo poco importava. Vedere la sua Clotilde sorridente trasformò perfino il suo sguardo, che smise d’un tratto di essere triste.

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Ana e il serpente

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Immagine di Anna Forlati

Un racconto sulle emozioni profonde.

Ai tempi dei vostri nonni viveva, in un piccolo paese della Bosnia, Ana. Molti di voi si staranno chiedendo dove sia questo posto e, soprattutto, come sia fatto. Dunque, la Bosnia è così grande che non basterebbe questo racconto per descriverla, ma posso parlarvi del paese di Ana. Chiudete gli occhi: immaginate un centinaio di case, attorniate da un bosco scuro, umido e profumato. Lì a fianco, un fiume. L’abitazione della bambina si trovava a quaranta passi da una piccola moschea: lei li aveva contati la domenica precedente, giocando a nascondino col cugino Mitja. Era piccola e accogliente. Un forte sentore di caffè alla turca, la bevanda preferita di sua madre, invadeva ogni stanza, dalla mattina alla sera. Ad Ana ricordava la legna umida: avrebbe potuto essere il suo odore preferito, se non ci fosse stato, al primo posto, quello dei biscotti alla ricotta e miele che preparava la nonna. Vi sembra di sentirlo, vero? Ora riaprite gli occhi.

Una mattina la bambina si svegliò e in casa non trovò nessuno. Non c’erano i suoi genitori e non c’era Luis, il meticcio con una sola orecchia. Sul tavolo della cucina non fumava la tazza di caffè bollente della mamma e non c’era nemmeno la manciata di briciole che il papà lasciava prima di andare a lavorare. In tutta la casa c’era solo Ana, i capelli rossi spettinati e gli occhi sbarrati dalla sorpresa. La solitudine non le era mai piaciuta: le metteva una gran paura. Iniziò a perlustrare ogni stanza, inquieta. Le parve di sentire un rumore e corse in salotto. Niente.

Decise di prendere tempo. Si lavò il viso, si fece la coda e si vestì. Mise in testa il suo fazzoletto preferito. Si fermò qualche secondo davanti allo specchio del bagno: chiese alla sua immagine riflessa se stesse sognando. L’Ana nello specchio non rispose. Si sedette, allora, sul divano e aspettò.

Bastarono pochi minuti per farle provare una gran noia. In fondo, però, la noia era meglio della paura. Approfittò dell’assenza della mamma per prepararsi da sola una tazza di latte caldo. Inzuppò una decina di biscotti e, non contenta, si preparò tre fette di pane con la marmellata. Piena come un’uovo, ritornò sul divano, lasciando una chiazza di marmellata per terra, gli sportelli della madia aperti e la tazza sull’orlo del tavolo. Sprofondò tra i cuscini e s’accorse che l’ansia si era sostituita alla noia. Tese, arrabbiata, tutto il corpicino. Fece due respiri, che assomigliavano a due singhiozzi, e s’alzò. Iniziò a misurare a passi lenti la superficie della casa. Le sembrava un buon diversivo, al pari del “contare le pecore” prima di addormentarsi. Non funzionava: l’ansia, che cresceva, le era arrivata alla gola. Si fermò e urlò: “Mamma!” “Papà”. Silenzio.

Uscì in giardino. Ogni pianta stava al suo posto. Una dozzina di api danzavano sopra la lavanda. Un’ape un po’ più cicciottella – probabilmente un bombo – s’ingozzava di polline, spiaggiata nel cuore di una grossa margherita. Il sole splendeva e benediva, col suo sguardo, ogni cosa. Per un secondo tutto questo distrasse la bambina. Poi, l’ansia tornò a bussare al suo cuore. Si sedette sull’erba ed iniziò a piangere. Le si avvicinò, in quel momento, un serpente. Era enorme, ma aveva la testa piccola. Minuscole squame turchese brillavano alla luce.

“Cos’ hai, bambina?”

“Sono rimasta sola.”

“E’ successo qualcosa?”

“Sì, mi sono svegliata e non c’era nessuno.”

“Da quanto tempo sei sola?”

“Mi sembra da sempre”

“A volte sempre è solo un secondo”

“Non voglio essere sola”

“Guardati intorno. Non sei sola.”

“Niente affatto!”
“Calma, calma. Ci sono cose che esistono anche quando non le vediamo.”

“Non capisco”

“Ho lasciato i miei fratelli qualche tempo fa. Non li vedo, ma ci sono.”

“I miei genitori mi hanno lasciata?”

“Impossibile. Ci sarà una spiegazione. Se fossero serpenti, ti direi che sono andati a caccia di un topo e si sono dimenticati di salutarti: quando abbiamo fame, non capiamo più niente.”

“Mamma e papà non mangiano topi”

“Ma ti amano. E chi ti ama non ti lascia mai sola.”

“Eppure”

“Sai cos’è la fiducia?”

“No”

“E’ ricordarsi la verità anche quando non la vediamo”

“La mamma mi vuole bene. Anche il papà.”

Ana sentì sciogliersi la tensione sulle spalle. Sentiva il calore del sole sulla pelle del viso.

“Quando escono di casa, ricordi che ti vogliono bene?”
“Qualche volta.”

“Ora te lo ricordi?”

“Ora sì”

“Allora apri gli occhi, Ana, perchè ormai si è fatto giorno”

Ana, che era convinta di avere gli occhi aperti, s’accorse che, in realtà, non era così. Aprì prima il destro e poi il sinistro, e si ritrovò nel suo letto. Le squame di cotone del serpente di pezza, Eric, brillavano di un turchese ancora più vivace. Si avvicinò alla finestra e vide alcuni camini tossire anelli di fumo grigio e il minareto stiracchiarsi al sole. Sentì odore di legna bagnata. No, era caffè! S’alzò e corse in cucina. Il papà stava mangiando del pane con la pasteta: le briciole cadevano dappertutto. Luis, il bastardino, intercettava quelle destinate al pavimento e le risucchiava prima che toccassero terra. La mamma, di schiena, versava il caffè nella tazza color smeraldo.

“Buon giorno, bambina mia” disse. La mamma era così: non le occorreva vederla per accorgersi della sua presenza. Ana si sentì piena di gioia. Il papà s’alzò, si mise la giacca e, dopo aver dato un bacio alla sua bambina, uscì.

“Ana, tra poco esco anch’io, vado a prendere le uova da Danica. Vieni con me?” disse la mamma.

“No, mamma, ti aspetto a casa.”

“Non ti sentirai sola?”

“No. Ti penserò e farò un bel disegno per te. Oggi ne ho proprio voglia”

La mamma rise con gli occhi e le diede una carezza. Pensò che la sua bella Ana, ormai, era diventata grande.

Agnese

 

La piuma di un porcellino alato

 

di Agnese Ermacora

editing di Anna Castellari, immagine di Sara Michieli

Liberamente ispirata a L’uccello di fuoco, fiaba russa dalla tradizione orale.

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C’era una volta, in un paese lontano, in una terra abitata da gatti canterini e porcellini alati, un re ricco, potente e molto antipatico. Passava la giornata ad ammirare la sua collezione di animali impagliati e a oziare sul trono, con un dito infilato nel naso; quando qualcuno gli parlava non prestava mai attenzione e, nelle rare occasioni in cui usciva dalle sue stanze, si divertiva a dare ordini strampalati. Questo re aveva al suo servizio un giovane cavaliere di nome Tobia. Il cavaliere aveva un cavallo bianco, di nome Celestino. Avete capito bene, il cavallo si chiamava Celestino ma era bianco, come il latte prima di aggiungere il cacao.

Un giorno, Tobia se ne andò a fare una passeggiata nel bosco con Celestino; stava attraversando un luminoso sentiero di sassi, quando l’occhio gli cadde su una piccola piuma rosa. Per tutti i gatti canterini! Era senz’ombra di dubbio, la piuma di un porcellino alato.

Scese da cavallo per raccoglierla, ma Celestino disse:

«Padrone, ho un brutto presentimento… non prendere la piuma di porcellino alato. Sento che ti porterà sfortuna».

Tobia pensò e ripensò, ripensò e pensò. Pensò e ripensò, ancora, tanto che gli venne un po’ di appetito. Riflettere gli metteva sempre fame. Quindi, rispose:

«Celestino, a parte che sei un cavallo parlante e non ha mai avuto un presentimento in vita tua, tanto che l’altra sera hai mangiato delle erbe velenose e hai avuto mal di pancia per tre giorni, pensa al riconoscimento che potrei ricevere, portandola al re. I porcellini alati sono pochissimi e non perdono mai le loro piume: varrà una fortuna!»

«Padrone…»

Celestino non fece in tempo a replicare: il cavaliere Tobia raccolse la piuma rosata e se la infilò in tasca. Si recò quindi al castello.

Il re se ne stava stravaccato sul trono, con i piedi per aria e l’indice nel naso.

«Maestà» disse Tobia. Il re non rispose; non cambiò nemmeno posizione.

«Maestàààà» ripeté allora, più forte.

«Oh, sei tu» disse distrattamente il re. «Che c’è?»

«Ehm, Maestà, ho trovato la piuma di un porcellino alato. È integra e meravigliosamente rosa».

Il re si alzò subito in piedi e strabuzzò gli occhi.

«Dammela!» ordinò.

Tobia la estrasse dalla tasca e gliela porse.

«Mmm…», disse il re. «Dal momento che sei stato capace di portarmi una piuma di porcellino alato, trovami il porcellino stesso».

«Ma Maestà,… è quasi impossibile incontrarne uno. Ce ne sono pochissimi, e quelli che abitano le nostre terre sono molto schivi.»

«Non è un problema mio. Forza, va’ a fare quanto ti ho chiesto.»

Già se lo immaginava, il re, un porcellino alato impagliato, in mezzo alla sua collezione.

«Maestà!» piagnucolò Tobia.

«Dimenticavo! Se non farai quanto ti ho ordinato, la tua testa cadrà!» aggiunse il re.

Il cavaliere iniziò a sudare freddo: gli accadeva sempre quando aveva particolarmente paura. L’ultima volta era successo quando il dottore del villaggio gli aveva detto che gli avrebbe dovuto togliere le tonsille: una storia molto dolorosa. Tobia fece un inchino e tornò da Celestino, che lo aspettava poco fuori l’ingresso del castello.

«Padrone, sei molto strano…» disse il cavallo.

«Il re mi ha ordinato di trovargli un porcellino alato» rispose Tobia.

«Ah… non per mettere il dito nella piaga (era un modo di dire che gli piaceva: non sapeva bene cosa fosse una “piaga”, ma suonava bene), però te l’avevo detto. Avevo detto “Padrone, ho un brutto presentimento… non prendere la piuma di porcellino alato. Sento che ti porterà sfortuna”».

«Celestino…»

«Va bene, padrone. Sto zitto» rispose il cavallo.

A Tobia venne un’idea. Corse di nuovo dentro il castello, entrò nella sala del trono. Il re aveva di nuovo il dito nel naso…

«Maestà!»

«E adesso, che c’è?» rispose il re.

«Per procurarti un porcellino alato, ho bisogno che domani vengano sparsi nei prati attorno al castello ottanta sacchi di ghiande e qualche nocciola».

«Così sia.» disse il re, senza togliere l’indice dal naso.

La sera stessa il re diede ordine di spargere ottanta sacchi di ghiande e qualche nocciola.

Il giorno dopo, all’alba, Tobia andò sui prati. Lasciò libero Celestino di passeggiare ed estrasse dalla tasca un panino con la frittata: aveva pensato tutta la notte e, come ci eravamo già detti, riflettere gli metteva appetito. Mangiato l’ultimo boccone, si nascose dietro a una grande quercia.

A un tratto, si sentì rumore di rami spezzati; gli uccelli iniziarono ad agitarsi e a cinguettare concitatamente. Ecco un porcellino alato sbucare dalla chioma di un faggio, trascinandosi addosso qualche fronda e una manciata di foglie. Data la corporatura, i porcellini alati non riuscivano a volare molto in alto: per questo, visto il gran numero di predatori, erano rimasti in pochi e quei pochi vivevano isolati, senza dare confidenza a nessuno.

Il porcellino arrivò, si guardò intorno diffidente, poi prese a mangiare le ghiande. Il cavallo Celestino si avvicinò silenziosamente e “Zac!”, gli mise uno zoccolo sul morbido sederino, premendo forte contro terra. Tobia saltò fuori, corse verso i due e legò uno spago alla zampetta del porcellino, che fece uno strano grugnito. S’incamminò così verso il castello, con le “redini” del porcellino in una mano e quelle di Celestino nell’altra.

Appena il re vide l’animaletto rosa si illuminò: non credeva ai suoi occhi. Iniziò subito a immaginare in quale stupenda posizione avrebbe potuto metterlo, una volta impagliato. Avrebbe potuto fargli incollare dei baffi e degli occhiali oppure posizionarlo seduto, con un libro di geografia in mano…

«Maestà!» disse Tobia.

«Argh… Suddito, non vedi che sto pensando. Che cosa c’è, adesso?»

«Ho dovuto faticare molto per prenderlo!» mentì. «Pensavo che un premio…»

Il re lo interruppe: «Ah, certo…».

Prese un po’ di tempo, fingendo un attacco di tosse. Il re, oltre ad essere antipatico, era anche molto avaro. Gli venne un’idea, quindi riprese:

«Dunque, sei stato capace di prendere un porcellino alato. Bravo! Adesso trovami una fidanzata. Il premio che ti spetterà, una volta portato a termine il compito, ti ricompenserà di tutto».

Tobia iniziò a sudare freddo: dove avrebbe mai potuto trovare una donna capace di accettare un simile marito? Per quanto fosse ricco e potente, il re aveva un carattere talmente difficile che la stessa regina madre accettava di sentirlo solo per telefono e non più di una volta al mese.

«Ah, se non farai quanto ti ho ordinato, la tua testa cadrà!» aggiunse il re.

Tobia uscì in lacrime, a testa bassa.

«Padrone, sei di nuovo strano…» nitrì Celestino.

«Il re mi ha ordinato di trovargli una fidanzata» disse Tobia.

«Ah… non per mettere il dito nella piega» non si ricordava più se si dicesse “piega” o “piaga” «ma te l’avevo detto. Avevo detto: “Padrone, ho un brutto presentimento… non prendere la piuma di porcellino alato. Sento che ti porterà…”».

«Celestino…»

«Sì, padrone.»

«Non vuoi finire impagliato nella collezione del re, vero?»

«Sto zitto…»

Tobia non sapeva da che parte iniziare. E per di più era molto addolorato per il destino che sarebbe spettato al porcellino alato. Decise di camminare e camminare, cosa che di solito, nelle fiabe, porta molta fortuna ai cavalieri. Cammina cammina, con Celestino al fianco, arrivò in una piccola città, fatta di casette di legno. In cima a una collina sorgeva un castello, anch’esso di legno, con alte torri intarsiate. Affacciata a una delle numerose finestre stava una fanciulla, con i ricci capelli rossi legati in una treccia e una coroncina di brillanti: proprio da quel dettaglio Tobia capì che si trattava di una principessa.

Raggiunse il grande prato verde ai piedi del castello, lasciò Celestino pascolare in pace e prese dalle tasche un panino al formaggio. Si sedette a mangiare e a guardare la principessa. Fu lei a rivolgergli la parola: «Messere, mi stai fissando?»

«Salute, principessa. Devo averlo fatto senza accorgermene», mentì.

«Ho fatto torturare sudditi per molto meno».

Tobia rabbrividì.

«Ma…» continuò la principessa. «È formaggio quello che stai mangiando?»

«Sì».

«Sono anni che non ne mangio. Al castello servono solo cinghiale, caviale e pappa reale».

Tobia rimase perplesso: si chiese se la scelta degli alimenti dipendesse dalle rime.

«Dammi il panino!» ordinò la principessa.

«Principessa, ma è già iniziato!» rispose Tobia.

«Non me ne importa un bel niente. Dammelo! Te lo ordino!»

«Va bene. Per averlo, però, dovrete scendere. Come posso farvelo avere, altrimenti?»

La principessa sbuffò, ma scomparì dalla sua vista, ricomparendo poco più tardi di fronte a lui. Tobia le allungò, a malincuore, quel che avanzava del panino. Lei glielo strappò di mano e iniziò a mangiare.

«Come avrà fatto a capire che si trattava di formaggio da lassù?» si chiese. Allora s’illuminò: formaggio o non formaggio, la principessa sembrava avere il carattere giusto per il suo re. Come convincerla a venire via con lui? Si ricordò di avere con sé una borraccia di camomilla e melissa, una tisana perfetta per conciliare il sonno. Quando vide che la principessa non riusciva a mandar giù l’ultimo secchissimo boccone, gliela porse. Lei bevve avidamente. A quel punto pensò che l’unico modo per conciliarle ancora di più il sonno, fosse farla parlare.

«Principessa, siete così bella e intelligente. Raccontatemi di voi…»

E lei incominciò. Parlò per un’ora di fila, interrompendosi solo per sorseggiare la tisana. Dopo aver detto esattamente cinquecentocinquantanove parole, la principessa cadde come una pera cotta, addormentandosi di colpo. Il prode cavaliere richiamò Celestino, caricò in groppa la principessa, che, grazie alla camomilla e alla melissa, non si accorse di nulla, e si mise in cammino verso il castello del re.

Appena il re la vide, s’illuminò: la trovava bellissima. Quando la principessa, invece, aprì gli occhi, s’infuriò: non sapeva dove si trovasse, si sentiva stordita e l’uomo che aveva di fronte non era nemmeno particolarmente bello. Iniziò quindi a sbuffare e a dare ordini a chiunque vedesse: «Portatemi via!», «Portatemi a casa!», «Ehi, tu! Voglio un bicchiere d’acqua, subito!». Fu così che il re se ne innamorò perdutamente.

Tobia assisteva alla scena in silenzio. A un tratto, la principessa iniziò a starnutire: prima timidamente, poi sempre più forte.

«Ci sarà mica un porcellino alato, qui dentro!» strillò.

Il re arrossì.

«Principessa, sì, ce ne sarebbe uno» disse sottovoce.

«Vorrete mica uccidermi! Sono allergica ai porcellini!»

«No, principessa» rispose il re. «Me ne disferò immediatamente!»

«Maestà, lasciate che me ne occupi io!» intervenne Tobia, con un largo sorriso sulle labbra. «Se me lo darete, prometto che non lo rivedrete mai più».

«Così sia. Sarà la tua ricompensa» sospirò il re che, nonostante l’amore, non aveva di certo dimenticato le vecchie “avare” abitudini.

Il porcellino alato venne immediatamente consegnato nelle mani di Tobia, che, recuperato Celestino, s’allontanò in quattro e quattr’otto da palazzo. Da quel momento camminò e camminò, cosa che ormai gli veniva particolarmente bene, alla ricerca di una nuova dimora per sé e Celestino: l’unica cosa di cui erano certi era che non avrebbero più servito re antipatici né raccolto piume di qualche animale in via di estinzione.

Una volta trovata una sistemazione, il porcellino visse qualche tempo con loro: nel lungo peregrinare, si erano affezionati. Quando le loro strade si divisero, decisero comunque di tenersi in contatto.

E il re e la principessa? Con tanta pazienza, il re riuscì a conquistare “la bella” e, un anno più tardi, si sposarono. Il re smise di mettersi le dita nel naso: la nuova regina non sopportava proprio quell’abitudine, come non sopportava la vista di animali impagliati (la collezione venne regalata, pezzo dopo pezzo, ai parenti, per Natale). Così, i due trascorsero molti anni insieme, ad amarsi e bisticciare, ma – diciamoci la verità – a loro andava proprio bene così.


C’era una volta un papà

C’era una volta un papà, che voleva donare una storia alla sua bambina. Era un papà normale: alto come il maestro di ginnastica, coi capelli corti e le mani calde. Portava un paio di baffetti neri, che lo rendevano particolarmente simpatico. E la sua bambina… Beh, la sua bambina non era proprio una bambina, lo era stata fino a poco tempo prima: era una ragazza, curiosa e sorridente.
Il papà non sapeva da dove iniziare: quando lei era piccola, le aveva sussurrato più di ottantasette fiabe, almeno cinquantadue favole e quindici leggende. Aveva il timore di non aver più nulla da raccontare. Iniziò ugualmente la ricerca.
Il primo posto che gli venne in mente fu la bocca della cagnolina Priscilla. Lì erano finiti un sacco di oggetti: le chiavi di casa, i lacci delle scarpe, una penna. Sì, avrebbe potuto trovare perfino una storia. Si avvicinò quatto quatto, le aprì la bocca umidiccia e… niente. Trovò solo qualche filo d’erba. Che delusione.

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Disegno di Anna Forlati

Gli venne una grande idea: avrebbe guardato nel cassonetto della raccolta differenziata. Quello della carta, ovviamente. Una settimana prima aveva trovato un dizionario intero: avrebbe potuto tranquillamente recuperare una storia, magari una fiaba classica. Si sporse con tale entusiasmo che cadde, piedi all’aria. Della sua storia non c’era traccia: iniziarono a sudargli le mani per la preoccupazione.
Si recò nella campagna in cui giocava da piccolo: c’era un gran numero di anfratti dove avrebbe potuto cercare. Curiosò tra le rughe di una vecchia quercia, tra le penne di un merlo, sotto le zampe di un leprotto. Ma niente… di una fiaba, una favola o una leggenda non c’era ombra. Si spinse, quindi, fino alle pendici di una montagna, scavò tra mucchi di ghiaia e foglie secche. Provò a chieder consiglio a un’aquila, un lupo, un topo, un gufo, una biscia e all’eco. Disperato, raccolse tutta la forza che aveva in corpo e con un balzo, che gli costò un crampo al polpaccio, raggiunse la luna. Alzò pietra dopo pietra. Si spinse perfino nella faccia nascosta del satellite. Per il freddo rischiò di prendersi un malanno, ma nulla era importante quanto il suo desiderio. Quando fu certo che non c’era più alcun posto in cui guardare, decise, triste, di far ritorno a casa.
Stava percorrendo il vialetto, quando sentì un prurito dietro l’orecchio. Era sempre stato allergico al polline, ma quel solletichio aveva qualcosa di diverso: assomigliava al prurito che provocava Molly, la gattina, quanto si strofinava sulle caviglie. Iniziò a grattarsi. Si spaventò quando s’accorse che c’era qualcosa: aveva la morbidezza dei petali dei ranuncoli e il calore del pane appena sfornato. Estrasse l’oggetto con delicatezza e si fermò ad osservare. Tra le sue dita stava, rannicchiato, il suo racconto. “Quant’è bello!” pensò. Allora rise, rise tutte le risate del mondo. Non avrebbe aspettato un secondo di più. Sudato e spettinato, corse in casa, dalla sua bambina, e mise la storia nelle sue mani. Mise la storia, una lacrima di gioia e tutto il suo amore di papà.

Agnese Ermacora

Fiaba del mese – Il sassolino di Niti

1° Premio nel CONCORSO “LA CASA DELLA FANTASIA” 2014 per la Sezione “I semi”Niti

Nel bosco di Molai, vivevano l’elefantina Niti, mamma Rati e nonna Shanti. Niti aveva due piccoli occhi tondi, due orecchie morbide morbide e una proboscide simpatica. Era un’elefantina felice: la mamma e la nonna le insegnavano tante cose, le raccontavano favole e la coccolavano tutti i giorni.

Una mattina, Niti guardò con attenzione mamma Rati barrire. Voleva imparare. Rati aveva preso un grande respiro, aveva alzato la proboscide e baaaarrrrrr, un suono bellissimo era uscito dalla bocca. Anche Niti riempì il pancino d’aria, alzò la proboscide e briii… Uscì un suono piccolo piccolo. Arrabbiata, provò ancora. Riii… Niente da fare. Per quanto si sforzasse, il suo barrito non assomigliava a quello della mamma. Niti sentì improvvisamente un sassolino nel pancino. Quella sera, nonostante le coccole, fece fatica ad addormentarsi.

Il giorno dopo l’elefantina decise di fare una passeggiata, da sola. Nel pancino c’era ancora il sassolino e le veniva da piangere. All’improvviso udì uno strano rumore. Oh! Sembrava che tanti animali stessero cantando! “Che bel suono!” pensò. Poco dopo li vide: sei cuccioli, tra cui un leopardo e una scimmia, stavano sotto un grande albero del tè. Ognuno faceva il suo verso e quello che usciva sembrava proprio una canzone. Niti rimase a bocca aperta.

– Cosa state facendo? Mi piace tanto – chiese l’elefantina.

– Stiamo cantando la canzone delle foglie – rispose il leopardo.

– Chi ve l’ha insegnata? –

– L’abbiamo imparata dall’albero. Ascolta… –

Rimasero in silenzio. Niti sentì il canto delle foglie, mosse dal vento.

– Vuoi unirti a noi? – chiese la scimmia.

– Non sono brava. Non so nemmeno barrire come la mia mamma.-

– Anch’io non so ruggire come il mio papà,- disse il leopardo. – Ma cantare è divertente. Prova!-

Niti si fece coraggio e si unì al gruppo, prima barrendo piano, poi più forte. Che gioia! In mezzo a tutti quei versi, il suo barrito sembrava bellissimo! Cantarono fino all’ora di pranzo. Poi, affamati, si salutarono e tornarono a casa. Niti raccontò tutto alla mamma e alla nonna, che la riempirono di baci.

I cuccioli si trovarono sotto l’albero del tè anche il giorno successivo e quello dopo ancora. Impararono il canto della pioggia e quello delle api. Un pomeriggio d’estate, mentre Niti stava cantando con i suoi amici la canzone del vento, pensò di nuovo al sassolino nel pancino. Chiuse gli occhi, per sentire se c’era ancora. Oh! Che sorpresa! Il sassolino non c’era più!

Al suo posto era sbocciato un piccolo tenero fiore di loto.

Per il libro cartaceo, scrivetemi: agnese.ermacora@gmail.com